Uno dei miei compiti in quanto scrittore è quello di assalire le vostre emozioni e forse di aggredirvi...
Postato il lunedì, 11 febbraio 2008 alle 13:51 - Permalink - Categoria: cinema-libri
Ecco a voi un altro contributo del contenebbia


Creepshow (1982)
Regia: Geroge A. Romero
Interpreti: Hal Holbrook, Adrienne Barbeau, Viveca Lindfors, Fritz Weaver, Leslie Nielsen, E.G. Marshall, Ed Harris, Ted Danson

Il padre del classico ragazzino americano getta nella spazzatura un fumetto dell’orrore; il figlioletto, con la complicità di “Creepy”, sua scheletrica guida nel mondo del Fantastico, rivive cinque macabre storie: il vecchio patriarca di una potente famiglia, ucciso dalla figlio, esce dalla tomba per reclamare la propria torta di compleanno; uno “scemo del villaggio” si tramuta in una specie di cespuglio ambulante dopo aver toccato il liquame fuoriuscito da un meteorite precipitato nella sua fattoria; un marito roso dalla gelosia seppellisce la moglie ed il suo amante fino al collo sulla riva del mare per farli uccidere dall’alta marea; un professore di college progetta di sbarazzarsi della dispotica consorte dandola in pasto ad una belva mostruosa scovata cent’anni prima durante una spedizione al Polo Nord ed inspiegabilmente rimasta in vita; un tirannico vecchietto, ossessionato dall’igiene, tratta la gente come fossero insetti da schiacciare e verrà a sua volta divorato da un’armata di scarafaggi. Finalone con il bimbo che uccide il padre moralista grazie ad una bambola voodoo comprata per corrispondenza.

Noi tutti, svezzati col vomito di Linda Blair ne L’esorcista, cullati dagli agghiaccianti cachinni di Alien, assuefatti ai putridi liquami di Fulci, non possiamo comprendere cosa significasse per un ragazzino degli anni Cinquanta sfogliare un giornaletto Horror.
Facciamo tutti un piccolo sforzo e torniamo a quel periodo, coccolato in quasi tutti i romanzi di King: accarezziamo con la mente gli anni di Chuck Berry e di Little Richard, di Capitan Video e di Terry e i Pirati, ma anche l’epoca di Ultimatum alla terra e di Richard Carlson che cattura migliaia di sporche spie comuniste in I led three lives.
A codesta carrellata di nomi potremmo tranquillamente aggiungere pure quello di William M. Gaines.
Chi è costui? E’ presto detto: Gaines è il padre putativo dei più spietati fumetti mai creati in America; truci incubi da Grand Guignol che tinsero di rosso le edicole (con sommo gaudio dei teen-agers) fino al 1953, o meglio fino alla crociata “anticomics” iniziata da Fredric Wertham col suo polemico libello Seduction of the Innocents che tarpò definitivamente le ali a tale ondata di cartacee efferatezze. Solo oggi possiamo comprendere la portata innovativa insita nell’operazione promulgata da Gaines & C. con albi tipo Crypt of Terror, Vault of Horror, The Haunt of Fear…
Già Leslie Fiedler in quella Bibbia del “post-moderno” che è “Freaks” indica i raccapriccianti fumetti pubblicati dalla “E.C.Comics” (diavolo di un Gaines, chiamare la propria casa editrice Educational Comics!) fra i primi squilli di tromba che preannunziavano la Controcultura e l’estetica Beat.  Poteva forse un ragazzino come King non rimanere folgorato da tali sublimi schifezze: me lo vedi, divorarsi uno di quei giornaletti, con le lenti degli occhiali quasi appannate, magari ascoltando alla radio The Mummy di Bob Mc Fadden & Dor…
Siete tutti d’accordo? Benissimo, allora concediamoci un piccolo salto spazio- temporale: siamo nel 1981 a Bangor, nel Maine. King sta uscendo da una delle esperienze più frustranti della sua vita: Stanley Kubrick ha da poco concluso Shining non senza aver elargito parole sprezzanti sul testo originale. Squisitezze tipo: “Il romanzo è robaccia, ma almeno ha una buona idea di base…”
King, dopo aver buttato nel caminetto la video di Arancia Meccanica, si sente frustrato ed impotente. Ma se Atene piange, Sparta non ride: a Pittsbourgh, infatti, George A. Romero si sta leccando le ferite per il mancato successo del suo adorato Knightriders, bislacco “biker-movie” con suggestioni da Ciclo Bretone.
Ecco da cosa nasce Creepshow: dal bisogno, reciprocamente condiviso, di prendersi una sana vacanza, di smetterla, almeno per un po’, di smontare e rimontare il Grande Sogno Americano per tornare a correre nei campi dell’irrazionale in compagnia dei vecchi spauracchi della propria infanzia.
Da parte sua, Romero ce la mette proprio tutta, abbandonando l’abituale austerità e scegliendo di imbracciare la macchina da presa come fosse un nuovo, eccitantissimo, giocattolo: filtri, dissolvenze, cromatismi esasperati, visioni a schermo multiplo…Nessun trucco vien risparmitato nel tentativo di ricreare la bidimensionalità, volgarmente “pop”, dei giornaletti di William M. Gaines. Prosciugare la carne ed il sangue, svelare le diavolerie del Grande Luna Park dell’Orrore. E’ proprio questo l’aspetto più interessante di “Creepshow” che, visto sotto questa luce, diviene il corrispettivo cinematografico dei barattoli “Brillo” di Andy Warhol. I suoi bidimensionali protagonisti altro non sono che “Vuoti archetipi di un’umanità improbabile per quanto identificabile, perfetti ingranaggi dell’ironia e del gioco delle forme” (Paolo Cherchi Usai in “Segno Cinema” n.11, gennaio 1984).
Confrontatelo col patinato Two Fisted Tales (ditta Zemeckis/Donner/Hill), altro film nato da una costola di Gaines, e scoprirete la sua natura eminentemente ludica, il suo orgoglioso esser balocco rutilante e deliziosamente démodé.
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Prisonmind
Postato il giovedì, 07 febbraio 2008 alle 07:21 - Permalink - Categoria: cinema-libri
Dolores Claiborne (1993) è un romanzo scritto da Stephen King, con un adattamento cinematografico per un film del 1995 L' ULTIMA ECLISSI interpretato da Kathy Bates e Jennifer Jason Leigh.
È scritto in inglese parlato (a volte in dialetto) e raccontato dal protagonista. Stranamente per essere un'opera di King, il libro non ha capitoli, ne' linee bianche o paragrafi; per cui la storia diventa un monologo continuo

All'inizio della storia, Dolores Claiborne è sottoposta ad un interrogatorio della polizia. Sta tentando di spiegare all'agente che non ha ucciso il suo ricco datore di lavoro, un'anziana donna di nome Vera Donovan che ha accudito per anni. Confessa, in ogni caso, l'omicidio del marito, Joe St. George, accaduto circa 30 anni prima. Il romanzo racconta la storia della sua vita, il matrimonio travagliato, e la relazione con Vera Donovan.
A differenza della maggior parte dei lavori di King, questo romanzo contiene pochi elementi soprannaturali. I pochi presenti tentano di creare un legame con un precedente romanzo, Il gioco di Gerald. Nelle successive edizioni del romanzo sarà presente una prefazione che spiega questa relazione.
Il romanzo è stato adattato per un film del 1995 con lo stesso nome e con Kathy Bates nel ruolo principale. Il film differisce dal libro per due aspetti fondamentali. Primo, gli eventi che portano alla morte di Joe occupano molti mesi dell'anno 1975. Nel libro Dolores inizia a ribellarsi a Joe nel 1961, nonostante non lo uccida prima del 1963.
Più importante, il film si preoccupa poco dell'interrogatorio riguardo alla morte di Vera, focalizzandosi principalmente sul rapporto tra Dolores e la figlia Selena. Visto il grande uso di flashback fatto nel film, il ruolo di Selena ha avuto due protagoniste (Jennifer Jason Leigh da adulta e Ellen Muth da quattordicenne). Mentre vengono rivelate scomode verità circa la vita domestica, la difficile relazione madre-figlia diventa sempre più combattiva nel corso del film. Selena ha sospettato per molto tempo la madre, e chiede di sapere la verità. Dolores alla fine la convince che non ha avuto scelta, e che entrambe sono state vittime di Joe St. George: il marito più violento che ha conosciuto in vita sua, nonché il violentatore della figlia Selena.

Citazione:
Qualche volta fare la carogna
è la sola cosa che resta a una donna.
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Prisonmind
Postato il giovedì, 07 febbraio 2008 alle 06:53 - Permalink - Categoria: cinema-libri
Ecco a voi un altro contributo del contenebbia , troverete anche quest'articolo pubblicato sulla rivista Nocturno


L’allievo
Regia: Bryan Singer
Interpreti: Ian McKellen, Brad Renfro, Bruce Davidson, Elias Koteas

Todd, un sedicenne californiano, attraverso un corso di storia contemporanea a scuola, si appassiona alla storia del nazismo e della Shoah. Di lì a poco egli riconosce in un anziano concittadino di origini tedesche, il temibile Kurt Dussander, criminale di guerra scampato al processo di Norimberga. Il giovane Todd decide di affrontare l’anziano aguzzino nazista proponendogli una sorta di perverso “do ut des”: io mantengo il mio silenzio a patto che tu mi narri tutte le atrocità compiute nei campi di sterminio. Il rapporto fra i due assume, inevitabile, sfumature patologhe dalle conseguenze tragiche…

 A Stephen King la “pussy, la patatina, piace e tanto; nonostante sua moglie sembri Thor Jonson con la parrucca lo Zio è ancorato ad uno sguardo eterosessuale. Ma è anche graniticatamente sessuofobo come tutti gli arbitri di quel grande campo da gioco che è l’America, la terra de La lettera scarlatta e del Codice Hays.
La magia di King sta anche qui: novello Balzac, lo Zio scandaglia le danse macabre della propria Comedie Humaine, tramutando la propria sessuofobia in una sonda in grado di individuare le mostruosità, gli abomini, celati nelle più oscure profondità della Psiche. L’allievo, con il suo andamento binario giocato sulle note della repulsione e della fascinazione, è una perla di lancinante bellezza scovata grazie a tale sonda.
E qui arriviamo a Bryan Singer. Che sessuofobo non è, anche se la patatina proprio non se la fila neanche in foto. Il papà de I soliti sospetti è un dandy sadico svenduto ad Hollywood: una sorta di Gore Vidal senza attributi.
Quando si venne a sapere che Singer avrebbe tratto un film da L’allievo tutte le Mamme d’America sprangarono le porte a doppia mandata per proteggere i propri pargoli. Il film, difatti, ebbe non pochi problemi ancora prima della sua uscita nelle sale: cominciarono a fioccare le leggende metropolitane; si vociferava di abusi sessuali sul set, di poveri innocenti ragazzini americani costretti ad imbarazzanti performance in tenuta adamitica. Per un attimo su Hollywood tornò a stendersi il nero manto di un Von Stroheim o di un Murnau…
Citando l’immortale Bardo vien spontaneo dire “molto rumore per nulla”: L’Allievo di Singer, formalmente impeccabile anche se un poco paludato, non graffia, non fa male. Ma si sa: c’è un solo regista al mondo che sarebbe riuscito a fare dello script kinghiano un nero capolavoro di deviante bellezza; mi riferisco allo spagnolo Agustin Villaronga, il regista più “rimosso” del panorama contemporaneo.
Il film, comunque, funziona. Anzi, alla sua presentazione veneziana, il Vostro Umile Servitore, si sprecò in toni apologetici ottenendo in cambio sorrisini perplessi e sberle dialettiche. Col senno di poi, son giunto alla seguente conclusione: più che per la sceneggiatura (che comunque ci dona un finale estremamente raffinato e sottilmente ambiguo), più che per la regia (decorosa ma niente di più) il film marcia spedito (passo dell’oca?) grazie ai suoi due protagonisti.
Ian McKellen è Kurt Dussander; provo ancora un brivido quando ricordo il suo sguardo di ghiaccio, quando ripenso alla cadenza catacombale con cui, in conferenza stampa, disse che per lui confrontarsi col Male (che fosse il Riccardo III od il mostro kinghiano poco importa) voleva dire diventare il Male.
Brad Renfro, aria da cherubino anoressico, è il Todd ideale col suo cocktail di americana “innocenza” contraddetta da piccoli, quasi impercettibili, guizzi sulfurei. Non è un caso che egli non si sia più ripreso da codesta performance ai limiti dell’osmosi con la Dark Half dell’Es. Dopo L’allievo, infatti, per Renfro è cominciato un triste calvario costellato di risse, arresti che si è (momentaneamente) concluso fra le braccia venose ed ossute di Larry Clark (Bully): Hic sunt leones…
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Prisonmind
Postato il lunedì, 04 febbraio 2008 alle 09:10 - Permalink - Categoria: cinema-libri
Stephen King è definito dalla critica " il re del brivido". Le sue storie da incubo sono best-seller in tutto il mondo e hanno ispirato l'opera di registi famosi. Per ricordarne alcuni :
Shining (The Shining)   un film del 1980 diretto da Stanley Kubrick. Con Scatman Crothers, Jack Nicholson,
Misery non deve morire (Misery)   un film del 1990 diretto da Rob Reiner. Con Lauren Bacall, James Caan, Kathy Bates, Richard Farnsworth
Carrie, lo sguardo di Satana  (Carrie) un film del 1976, diretto da Brian De Palma. con Sissy Spacek.
Grano Rosso Sangue un film del 1984, diretto da  Fritz Kiersch Interpreti: Peter Horton, Linda Hamilton, John Franklin
In  proposito  ho da mostravi un articolo ,  che mi è stato gentilmente concesso di pubblicare qui dal Contenebbia     e pubblicato anche sulla rivista "Nocturno"

Grano Rosso Sangue
Regia: Fritz Kiersch
Interpreti: Peter Horton, Linda Hamilton, John Franklin


Una giovane coppia sta attraversando il Nebraska in macchina; all’improvviso, dai filari di grano, sbuca un ragazzino che si mette proprio sulla loro traiettoria: l’impatto è inevitabile. Accorsi per soccorrere la vittima i due si accorgono con orrore che il fanciullo ha la gola squarciata. Cercando aiuto nel villaggio più vicino la coppia entrerà in contatto con una verità talmente orribile da risultare inverosimile: i bambini della cittadini, posseduti da “Colui che Cammina tra i Filari”, hanno massacrato tutti gli adulti, formando una sorta di terribile setta religiosa dedita al culto del Grano.

Parliamo di fanatismo religioso, visto che il nostro Paese dei Balocchi è pieno zeppo di “folli di Dio”: del resto è una delle colonne del Gotico Americano è costruita con una bella pila di Bibbie insanguinate…Sto pensando agli scrittori del Profondo Sud, nati appunto lungo la celeberrima Bible Belt, no? In quella striscia di terra costellata di imponenti case coloniali, sterminati campi di cotone, paludi fumiganti e crocefissi incendiati…”Il cielo è dei violenti” ci dice Flannery O’Connor in uno dei suoi romanzi più truci e sembra farle eco, ancora oggi, il Nick Cave di “E l’asina vide l’angelo”. Che, omaggiando tutti i sudati, febbricitanti, figliocci di Faulkner, ci ricorda come il Dio del Vecchio Testamento, fosse un soggetto che era meglio tenersi amico. Se lo facevi incazzare, minimo, ti toccava sgozzare il tuo primogenito…
Bene, evocando il Leslie Fiedler di “Amore e morte nel romanzo americano”, abbiam parlato fino ad ora di Profondo Sud, individuando in esso la patria ideale: “di macabri terrori religiosi mascherati da realtà storica su uno sfondo di acquitrini miasmatici e di nere pelli sudate” ( parola di Leslie). Ma la Patria dello Zio Sam, come già sappiamo, è piena di sorprese: prendiamo l’area del New England od i boschi del Maine, tanto per fare un esempio. L’Ombra allungata di Colui che Cammina fra i Filari ha steso la sue scheletriche braccia anche su quelle ridenti lande; la letteratura “horror” ce ne offre una splendida testimonianza grazie a Thomas Tryon (mito gay di Hollywood: uno che interpreta “Ho sposato un mostro venuto dallo spazio” e scrive “Chi è l’altro” e “Fedora” rasenta il genio) ed il suo “La festa del raccolto”.  
E qui arriviamo a Stephen King; sì, perché nella sua fase giovanile lo Zio ha omaggiato l’orrore “panico” suggerito dalle pagine straordinarie di Tryon col racconto “I figli del grano”, aggiungendo alle sue ululanti distese di grano insanguinato, il tema della follia religiosa prelevato dalle pagine più selvagge e morbose degli autori del Profondo Sud.
Trenta pagine di terrore distillato, reso ancor più disturbante dalla giovane età dei fanatici assassini; una “covata malefica” di bimbi e di ragazzini appena affiorati alla pubertà che con la sua potenza condiziona ancora le moderne impalcature dell’immaginario horror (basti pensare al “villaggio dei dannati” presente nel gioco da Playstation Sanitarium).
Un King secco, essenziale, quello de I figli del grano, che già comunque si destreggia egregiamente con i “topi” del genere: l’oscuro Carneade Kiersch, nella sua riduzione cinematografica, non entusiasma ma neppure delude o, men che meno, fa invocare gogne e patiboli. Certo: Grano Rosso Sangue non si può certo considerare un capolavoro, ma ha dalla sua due elementi decisamente “forti”: innanzitutto un incipit al cardiopalma, da quelli da saltellare sulla poltroncina con le maracas in mano, come l’omino de “Il Manifesto”.
E poi ha gli spazi. L’horror, al pari della letteratura erotica, prevede dimensioni anguste, claustrali, ove scatenare il Perturbante: Kiersch (fedele allo spirito Kinghiano), al contrario, traduce per immagini l’epos malato suggerito da una chiesupola diroccata in mezzo ad un campo di grano; rilegge il vento che soffia tra i filari come nenia ancestrale legata a Riti Arcani. Insomma, se King, con questo racconto, ha cercato di omaggiare il Grande Romanzo Gotico Americano (riuscendo egregiamente nell’intento), Kiersch, almeno, prima di girare si è fatto prestare gli occhiali da Flannery O’Conn e, al pari del piccolo Profeta, col Sangue dell’Agnello, ha ottenuto la Salvezza. Amen…

Un Mega Grazie Al Contenebbia
 

 

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Prisonmind
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